È stato li che la cinofilia mi ha salvata

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È stato li che la cinofilia mi ha salvata

L’Africa mi è stata utile in tante cose.

Mi ha insegnato cose su me stessa, sul mio futuro e nonostante sembri assurdo anche sulla cinofilia.

Ti ho parlato tante volte di quante sfumature ci siano nell’educare un cane, di quante idee, metodi diversi ci siano e di quanto io sia come una spugna sempre pronta a tirare su tutto, sia il bello che il brutto.

Ti ho già detto tante volte che non c’è solo una strada, ce ne sono 100, ma forse pure 1000.

Ogni giorno se ne aggiunge una, come le luci nei tunnel in autostrada, che quando ci passi sotto ti sembra che si accendano sempre una in più.

Così è stata l’Africa.

Una nuova strada, da aggiungere alle mappe per raggiungere un solo obbiettivo: conoscere il cane e quindi saperci comunicare.

“Che bella Zanzibar, ti invidio”
Quante volte ho sentito questa frase.

Se sapessero tutti che io odio viaggiare e che l’ansia ha divorato il relax completamente, forse non me lo direbbero più.

È stato li che la cinofilia, come sempre, mi ha salvata.

Sono arrivata in Africa che non trovavo aria.

Era tutto cosi diverso, lontano, strano.

E io, cosi piccola confronto alla vastità del mondo.

Fino a che ho sentito il profumo di casa.

Siamo sotto lo stesso cielo, si, ma siamo anche sulla stessa terra e l’ho capito quando finalmente mi è apparso un cane davanti.

Quei due occhi. Neri come la pelle di chi lo portava con se.

Quei due occhi erano la mia boccata d’aria quando giochi a toccare il fondo del mare e poi risali velocissimo fino all’aria.

In un secondo, mi sono chinata, lei si è avvicinata e io mi sono sentita a casa.

È stato li che ho capito, che nulla era diverso, a parte il mio modo di vedere le cose.

Allora ho capito che quella era normalità.

L’uomo può mentire, un cane no.

Ho visto la serenità negli occhi di quel cane, la coda alta, scodinzolava, come niente di strano stesse succedendo.

Quella era normalità. Semplicemente non la mia.

Come sempre nella mia vita, sono i cani a cambiare le cose.

Da quel momento ho iniziato a guardarli, studiarli, a chiedermi se Victor si sarebbe comportato cosi in quelle situazioni.

Mi sono resa conto di quanti errori, quante inutili modifiche, quanta mano dell’uomo c’è nei nostri cani.

I cani africani, facevano i cani. Dal mattino, alla sera.

Niente divani, polli in plastica che suonano, copertine per la notte, niente crocchette, niente urinary, digestive, monoproteico, niente uomini a separare le risse e niente veterinari a cucire le ferite, niente porte chiuse quando una femmina è in calore e niente ansie da separazione, iper-attività, distruzione di oggetti, aggressività intra o inter specifica, niente abbaio continuo, niente noia. Nulla.

I cani in Africa lavorano.

E se il lavoro nobilita l’uomo.

Sono certa che nobilita anche il cane.

Non ho mai visto nessun atteggiamento sbagliato nei cani in Africa, ma soprattutto in loro non c’erano segni di stress, squilibrio, ansie.

I cani in Africa arrivano a sera e dormono. Perché sono stanchi, hanno corso su sabbia tutto il giorno, si sono mossi in branco, hanno lavorato per trovare da mangiare, hanno ricevuto qualche coccola dai turisti meno schizzinosi e dormono soddisfatti.

Forse se pensassimo più a chi è il cane piuttosto che a cosa gli diamo come cuccia per dormire, anche noi avremmo tutti cani educati. Forse nemmeno servirebbe l’educatore cinofilo, come in Africa, che quando spiegavo il mio lavoro mi dicevano “sei pazza? Ma quante mucche guadagni?”

Gi uomini toccano le cose e le rendono nere a volte. Modificano macchine complesse create dalla natura, rendendole come loro. Come se tutto fosse a nostra immagine e somiglianza, come se ci fosse solo il nostro punto di vista, come quando ci chiediamo “che senso hanno le cimici?” E la risposta è che hanno esattamente il nostro stesso senso.

Leopardi, nel dialogo della natura con un islandese, diceva che noi umani siamo convinti che il mondo sia stato creato per noi, che la natura si muova intorno all’uomo, ma in realtà non è così. Noi non siamo che un pezzetto di mondo.

E dovremmo imparare a metterci da parte, a non umanizzare.

Altrimenti rovineremo sempre tutto, anche ciò che c’è di meraviglioso, come il cane.

“Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.”

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